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Opinione di... Franco Giannantoni, giornalista e saggista

Carlo Meazza fa il mestiere del fotografo come ho sempre pensato lo si debba fare, entrando diritto nel cuore del tema – un personaggio, un luogo, una storia – per metterlo a fuoco con curiosità politica e intellettuale, con tecnica, con passione. Per lasciare un segno. In questo sta la sua “diversità”.
Fotografo di denuncia (con l’indimenticabile Luciano Gallina descrisse con una serie di scatti in bianco e nero negli anni ’70 gli obbrobri urbanistici e lo scadimento ambientale di Varese) e di contemplazione con un’attenzione quasi morbosa per la montagna, il suo paesaggio, i suoi abitanti (a scarpinare ce lo portò sin da ragazzino il padre, Giuseppe, giornalista, alpinista provetto).
La fotografia di Meazza si accompagna sempre ad un messaggio per poterne ricavare spunti di riflessione. Questo è il suo grande merito. Con questa filosofia di vita e in questa ottica didattica, ci ha accompagnati per decenni lungo un articolato percorso: la sofferenza dei bimbi dell’Africa umiliata dalla colonizzazione, lo splendore delle cime del Monte Rosa e delle nostre Prealpi in quel “Passo Passo” uno fra i suoi libri più belli, i volti degli artisti locali da Sereni a Chiara, da Isella a Ambrosoli, e dei cittadini comuni (50 varesini scelti fra le varie professioni in un altro suo libro fortunato), gli scenari incomparabili della catena hymalaiana, i costumi e le usanze dei Walser gli storici abitanti sopra i duemila fra l’Italia e la Svizzera e ancora tanto altro.
Da ultimo ha illustrato il momento più alto della nostra storia contemporanea: con Adriano Bianchi, partigiano nell’Ossola, ha ripercorso, il cuore in tumulto ma l’obiettivo ben saldo, le valli della Libera Repubblica nell’ottobre del ’44. Un merito che ha dato completezza e ulteriore forza alla sua statura professionale.